Leitmotiv

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City

I filari di cipressi che collegano i poderi alla casa padronale o alla villa (in Toscana e non solo), il campanile della chiesa che assume un denso significato civico e perciò deve vedersi da lontano, l’immagine della città nobile e serena che deve imporsi allo sguardo di chi arriva dal mare: sono pochi esempi, scelti a caso, di un “codice dello spazio” comune all’Italia e all’Europa, che ha resistito intatto fino al primo Novecento. Fu quello, un codice condiviso dal contadino e dal principe, dall’impresario e dal notaio, dal cardinale e dal prete di campagna: perciò, fino a tutto l’Ottocento (quasi) nessuno che costruisse qualcosa sbagliava (quasi) mai, e una stessa idea di dignità e appropriatezza si incarnava nella casa e nel palazzo, nella cattedrale e nella cappella sperduta nel bosco.

L’alluvione di orridi condominî, perverse villette a schiera, scellerati capannoni, pessimi palazzi (e ville e chiese e municipi) che è il grande, tristo leitmotiv della produzione architettonica del Novecento in Italia, comporta la perdita, forse irreversibile, di quel codice e dei valori associati, a cominciare da dignità, armonia e memoria.

Il nuovo paesaggio italiano che stiamo creando appartiene, si potrebbe dire parafrasando Walter Benjamin, al dominio della statistica e non a quello dell’estetica.

Salvatore Settis – Paesaggio, Costituzione, Cemento.

(Asti – Dicembre 2017)

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