ride

ride

l’uomo che non si metteva il cappello nemmeno quando nevicava sbuffò alito gelato non appena uscì dalla porta del condominio. la temperatura era risalita dalle parti dello zero e il silenzio attutito della neve secca e pesante risuonava a volume nullo per il piazzale, la strada senza traffico e il canale poco distante.

qualche condomino, armato di pala e altruismo, aveva creato un passaggio stretto ma ben definito attraverso lo spiazzo. per girare attorno all’edificio e raggiungere il camminamento sull’argine, tuttavia, sarebbe stato necessario sprofondare i piedi fin quasi sotto al ginocchio e sperare di non perdere l’equilibrio.

il protagonista di questa storia, complici due o tre calici di barbaresco bevuti al buio in compagnia della voce di lucio dalla, puntò decisamente verso la neve. il cappotto era ben chiuso, le mani in tasca, le guance calde e i capelli ribelli. i primi passi furono incerti, lambiccavano la neve fresca affondando con rispetto. i successivi si fecero più sicuri, sebbene sempre più goffi e comicamente instabili. quando raggiunse l’argine, osservò l’acqua del canale, nera e gelida. nessuno in vista, si udiva solo il suono distorto di un’ambulanza che si allontana.

un cane passa, piscia e ride. le parole della canzone gli saltellavano in testa, mentre rabbrividiva, sbuffava e provava ad immaginarsi la risata di un cane che prendeva in giro un uomo malinconico alla fermata di un tram.

continuava a nevicargli addosso. si abbassò e raccolse una palla di neve con la mano. la strinse fino a farla diventare dura e compatta e la lanciò in acqua. plof.

si decise. il declivio dell’argine era illuminato dal lampione di fronte. non c’erano appigli visibili, solo un manto bianco e compatto. avanzò di un passo ma capì di non avere molte possibilità di rimanere in piedi. si sedette sulla neve e si lasciò scivolare in basso. a pochi centimetri dal canale si arrestò, rendendosi conto che qualsiasi movimento l’avrebbe spinto sott’acqua.

gli piaceva l’odore là sotto. un misto di muschio e legno bagnato. la corrente era veloce, evidentemente avevano aperto le chiuse. la neve era entrata sotto i pantaloni e iniziava a non sentire più le gambe.

la mia anima nel vaso, da una crepa vola via. gli apparve l’anima a forma di nuvola che si faceva strada attraverso la feritoia, conquistava il cielo e rendeva infinita la propria esistenza, trasportata dai venti.

i minuti passavano e lui non si decideva. si voltò verso l’alto e vide il segno del suo corpo che aveva scavato un passaggio verticale lungo il declivio. non c’era golena, solo una specie di gradino su cui aveva terminato la discesa. non sarebbe mai riuscito a risalire.

aiuto. troppo flebile era la sua voce. riprovò. niente. decise di gridare ad intervalli regolari, per concentrare al massimo l’aria. gli nevicava sugli occhi, sul viso, addosso al cappotto che ormai era quasi completamente bianco.

amico. amico. cosa fai.

si voltò e gli sembrò di vedere due occhi lucenti e un volto scuro. un indiano con un mazzo di rose.

stai bene. rispondi.

aiutami.

aspettami. ti aiuto.

un ladro di passaggio, con una certa cortesia, mi chiede “hai del fumo? sì. del fuoco? sì” e dopo il furto scappa via.

hai del fuoco. non scappare. ho freddo.

cosa dici?

niente. aiutami.

sì. sono qui.

non scendere, si scivola.

prima di chiudersi del tutto, i suoi occhi videro proiettili di ghiaccio, sempre più sottili, sempre meno percepibili, ovattati… poi il nulla.

si ritrovò disteso su una panchina. due persone gli erano a fianco. due facce scure e quattro occhi lucenti.

ecco qua. come stai. chiamo ambulanza? tu preso freddo. tu devi scaldare corpo.

annuì. si voltò di lato e vide un cane annusare un mazzo di rose gettato a terra.

un cane che passa e piscia. non ride. sorrideva invece l’uomo, senza volerlo, le gote congelate in una smorfia di lucida rassegnazione.

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