pushback

pushback

c’è un villaggio, da qualche parte tra gli appennini, dove i giorni e le notti scorrono senza nessuno che se ne accorga.
l’ultimo abitante se n’è andato dodici anni fa, durante una tormenta di neve. ha caricato l’auto con le poche cose che gli erano rimaste da trasportare nella nuova dimora, ha acceso il motore, ed è sceso lungo i tornanti della strada ghiacciata. l’ultima curva, però, gli è risultata fatale. sarà stata la stanchezza, o forse il desiderio di essere già arrivato, di abbracciare sua moglie e di farci l’amore. tant’è che è andato dritto. i segni dei pneumatici sulla neve parlano chiaro: nessun segno di frenata o di scivolata, nessun estremo tentativo di correggere una rotta decisamente sbagliata. due linee parallele più scure che solcano il bianco, poi il dosso del colle, l’ombra che si stacca per qualche attimo da terra, il peso del motore.
l’impatto. il fuoco. l’esplosione.
l’hanno ritrovato una settimana dopo. pianti. urla. strazio. dolore di pochi, pensiero cupo in qualche altro.
oblio e nescienza dei rimanenti.
è estate, e la vecchia fiat si ferma nel mezzo dell’incrocio.
scende un uomo di media statura e con la barba. si guarda in giro. cerca un caffè, una sedia e un tavolo dove appoggiare il quaderno degli appunti.
niente. tutto chiuso. quello che doveva essere il bar ha la serranda chiusa e la scritta ‘totocalcio’ scolorata. sconsolato, risale in auto e si lascia per sempre quel posto alle spalle. è stanco di viaggiare, decide di rinunciare alla sosta e di puntare verso casa.
avrebbe voluto essere altrove.
un tardo pomeriggio di marzo stavo seduto bevendo tè zuccherato nella sala d’attesa dell’aeroporto kennedy.
guardavo fuori e c’erano nuvole minacciose che facevano risaltare il bianco e l’argento delle fusoliere degli aerei.
improvvisamente ci fu un lampo che rischiarò il piazzale, i trattori del pushback, le valige ammucchiate nei carrelli e sui nastri trasportatori, le tute gialle degli operatori addetti al controllo a terra e alla sicurezza.
la pioggia arrivò dopo pochi secondi. inizialmente fu un acquazzone intenso, che durò qualche minuto.
poi cessò del tutto. silenzio.
il vento iniziò a soffiare ad ondate, dapprima cadenzate in intervalli lunghi e intensi. poi sempre più frequenti, fino a diventare un unico grande getto d’aria che proveniva dall’oceano.
vidi una valigia gialla volare per venti metri, prima di sbattere contro un pneumatico di un boeing già carico di passeggeri.
a quel punto ero già in piedi e, come tutti quelli che erano nella sala con me, stavo appoggiato con la fronte al vetro.
l’annuncio arrivò poco dopo. aeroporto chiuso, voli cancellati fino a notte inoltrata. la compagnia aerea offrì un buono per un pasto al fast food. ci rinunciai. cercai una poltroncina in una zona poco affollata. provai a rilassarmi, facendo saltellare la mente tra sogno e percezione. mi ricordai di immagini lontane, verdi e soleggiate.
avrei voluto essere altrove.

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