compatto

compatto

l’uomo che teneva l’ombrello aperto anche senza pioggia indugiò per qualche secondo di fronte al banco dei formaggi. aveva due banconote di piccolo taglio nel portafoglio e qualche moneta color terra bruciata nella tasca destra, sotto il fazzoletto bianco. fu attratto dal senso di rotondità interrotta di una forma già iniziata di caprino stagionato, così scuro al di fuori e bianco compatto nella ferita triangolare interna.

si avvicinò al vetro freddo e incontrò lo sguardo di una ragazza bionda con le trecce che spuntavano dal cappellino basso e pulito.

‘desidera?’ voce sorridente.

‘vorrei un pezzo di quello. non tanto grande, è per me.’

lei tagliò con mano ferma un triangolo di dimensioni accettabili e lo avvolse con rapida cura attorno alla carta con il logo del supermercato. stampò un’etichetta chimica e adesiva e gli domandò se gli servisse altro.

no, rispose lui prendendo con la sinistra la sua cena, mentre con la destra teneva appeso l’ombrello al polso.

camminò pensando al vuoto attraverso corsie e scaffali. passò accanto ai sacchetti dei biscotti, alle schiume da barba, alle vaschette di tortelli freschi ripieni e di detersivi profumati. pagò il formaggio e uscì nel buio illuminato del parcheggio. aprì l’ombrello velocemente. era una serata secca e gelida, non pioveva da più di due settimane. scansò due automobili dai fanali strabici e attraversò la strada sulle strisce.

mentre si incamminava deciso verso casa, abbassò l’ombrello fino a toccare i capelli con le asticelle metalliche. aveva la sensazione che il pulviscolo del mondo lo volesse avvolgere. avrebbe tanto desiderato una protezione per gli occhi e per il viso. i passi erano veloci e intensi, lo sguardo a fessura, il disagio compresso nel volto.

qualcuno in bicicletta gli si mise accanto, alla stessa velocità. lui si sentì osservato e accelerò l’andatura. udì il cigolio della catena messa sotto sforzo per aumentare la velocità. si voltò di colpo e vide un sorriso curioso di una ragazza con gli occhiali dalla montatura perfettamente rotonda.

‘perché tieni l’ombrello aperto?’

non rispose.

‘non mi senti? guarda che non sta piovendo.’

‘lo so. ma mi sento meglio con l’ombrello aperto.’

‘hai paura?’

esitò un attimo e si fermò.

‘sì.’

‘di cosa hai paura? non ti stai bagnando, non rischi niente.’

‘tu non sai nulla.’

‘e cosa dovrei sapere?’

‘l’aria è malata, ci uccide.’

silenzio. solo rumore cadenzato di catena, ruote e portapacchi.

‘beh, non è l’ombrello che ti salva, allora.’

se la vide passare di lato e poi imboccare una laterale a destra, perdendola di vista. si alzò il bavero della giacca e inclinò l’ombrello leggermente in avanti. attraversò due semafori pedonali e vide il portone di casa. aprì, salì le quattro rampe di scale ed entrò nel suo appartamento, lasciando l’ombrello chiuso appoggiato alla parete sotto il citofono. il pavimento era bianco, così come i divani e i mobili della cucina. solo il tavolo era nero, lucido, senza impronte.

tolse la carta al formaggio e lo tagliò a piccole fette, che posizionò in ordine su un piatto largo e quadrato, leggermente concavo, con gli angoli smussati. prese due vasetti, uno di marmellata di fichi e un altro di senape al miele. utilizzò due cucchiaini diversi per versarne il contenuto accanto al caprino, cercando di ricavare un’apprezzabile geometria compositiva. completò con un filo di aceto balsamico. stappò una bottiglia di vino e ne scaraffò una parte, lasciandolo decantare. stese una tovaglia bianca e pulita e mise in funzione il giradischi.

finì di preparare la tavola e si sedette, mentre sonny clark già si divertiva con il cool struttin’. si posizionò un tovagliolo di carta verde sulle cosce, strappò un pezzo di pane vecchio di un giorno e iniziò a mangiare, augurandosi buonappetito da solo.

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